Ebbene sì, esattamente 365 giorni fa tornavamo ad Aber dopo aver
trascorso un po' di vacanza in Italia. E' la prima volta che
rimaniamo per un periodo continuativo così lungo qui in Africa senza
avere stacchi. Sicuramente ora un po' di stanchezza inizia a farsi
sentire e abbiamo voglia di un po' di vacanze. Per fortuna però,
durante questo anno, le cose belle sono state tante ma
soprattutto...non siamo quasi mai stati da soli. E così per
“celebrare questo anniversario” vi proponiamo due album di
“Piccio-foto”. In “1 anno di Aber” troverete due foto per
ogni mese trascorso qui che ci aiuteranno a ricordare le mille
avventure vissute, mentre in “munu ad Aber” - a mo' anche di
ringraziamento – vogliamo festeggiare questa ricorrenza con gli
amici che hanno trascorso un periodo insieme a noi “fisicamente”...ci
sarebbe piaciuto includere in questa rassegna anche tutte le persone
che ci hanno accompagnato con il pensiero ma sareste stati troppi!
Grazie comunque, ancora una volta, a tutti voi!
martedì 16 luglio 2013
mercoledì 10 luglio 2013
Aber - anno II - cinquantunesima settimana
P.O.Box generation VS .com generation
Domenica scorsa
sono andato al Visitation Day della Saint Mary Magdalene Secondary School. Come
molti di voi ormai sapranno avendo letto altri post, qui in Uganda le scuole
possono essere “day” o “boarding”. Nelle prime gli studenti vanno ogni mattina
a scuola e al termine delle lezioni tornano a casa, nelle seconde invece vivono
lì per tutto il term (il trimestre). Le secondary school sono quasi
esclusivamente boarding. Così, per consentire a parenti e ad amici di incontrare
i loro cari ragazzi impegnati a scuola, solitamente vengono organizzati questi
visitation day in cui la scuola è aperta ai visitatori. Dato che durante le
ultime vacanze alcune ragazze del St.Clare mi avevano invitato ad andare a
trovarle, domenica scorsa sono stato loro ospite nella loro scuola. Come
dicevo, in teoria dovrebbero andare i guardians a trovarli (essendo le ragazze
del St.Clare per lo più orfane) e, nell’occasione, parlare anche con i
professori. Purtroppo però, per i soliti motivi economici, chi segue più da
vicino i ragazzi (i guardians appunto) non ha i soldi per il trasporto e così
la stragrande maggioranza delle volte non c’è nessuno che va a trovarli. Le
suore da parte loro dicono che non vanno per responsabilizzare i guardians
(condivisibile) e perché anche per loro è un costo (scandaloso dato che proprio
stamattina stavano scartando una televisione a schermo piatto con tanto di
decoder e parabola). L’accoglienza è stata molto calorosa, le ragazze erano
entusiaste e si è risvegliato in loro l’orgoglio di essere studenti di quella
scuola. Mi hanno fatto visitare gli spazi e gli edifici e poi ci siamo seduti a
chiacchierare del più e del meno. Successivamente sono anche andato a colloquio
con i professori. La mia idea era quella di andare con qualche ragazzo grande
del St.Clare ma purtroppo le suore me lo hanno impedito perché il contatto
femmine-maschi è sempre visto con grande sospetto. L’unico a cui hanno permesso
di venire è Roger, un ragazzo che è entrato in seminario l’anno scorso e che
quindi, forse, non viene ritenuto “a rischio”. Come forse si intuisce da queste
righe, non è un periodo facilissimo con le suore, ci sono spesso motivi di
discussione e i punti di vista sono differenti su molte proposte. Così mentre
andavamo a Lira ho chiesto a Roger quale fosse il sentire comune dei ragazzi
dell’orfanotrofio nel confronto delle suore. La risposta è stata:
“Sometimes there is a gap between the P.O.Box generation and the .com
generation”. Sullo scontro
generazionale si è scritto tanto e sicuramente è una delle sfide più grosse in
ambito educativo, ma queste definizioni mi hanno colpito e mi hanno fatto
pensare. Se da noi dopo la generazione che aveva la casella all’ufficio postale
c’è stata quella con la casella di posta all’indirizzo di casa, poi la
generazione del telefono fisso, successivamente la generazione della
televisione, poi la generazione del cellulare e, in fine, quella di internet. Qui
il salto è stato diretto dalla P.O.Box alla .com qui c’è ancora la convivenza
di chi non ha i servizi essenziali come l’acqua e la corrente e chi ha il IPad.
A parte i discorsi sui diritti e di giustizia ed equità sociale su cui abbiamo
altre volte riflettuto, penso che tutto questo abbia un riscontro anche in
ambito educativo creando distanze enormi tra i giovani e gli adulti e le
conseguenti difficoltà relazionali. In questo ambito penso che l’ “educazione
con bastonate” generation venga a scontrarsi con la fin eccessiva “libertà ai
giovani” generation che comunque è arrivata fin qui tramite i video, la musica
e internet. Da noi si sono succedute diverse ideologie dalle più proibizioniste
alle più liberali, poi sono arrivati alcuni pedagoghi come la Montessori o
altri che hanno suggerito diversi strumenti e, malgrado tutti questi tentativi,
la relazione intergenerazionale rimane sempre molto complessa. Qui, l’unico
strumento educativo che è mai esistito erano le Small Christian Community in
cui c’era l’occasione di tramandare oralmente i valori e l’educazione dagli
adulti ai giovani, ma la guerra si è portata via anche questo. Oggi le scuole
sono le uniche agenzie educative ma, come ben noto, il numero medio di studenti
per classe si aggira intorno ai 100 e potete quindi immaginarvi quale possa
essere il rapporto tra insegnati e studenti. Ora, lungi da me il voler in
qualche modo scusare le suore per alcuni loro comportamenti però, forse,
qualche attenuante potrebbero anche averla.
giovedì 4 luglio 2013
Aber - anno II - cinquantesima settimana
Piccio: Eroe o Pierino?
Parola
all’”accusa” (la Mari): Non è certo un tema nuovo su questo blog quello che
riguarda la peculiarità dei trasporti in Africa. Abbiamo narrato più volte
quanto siano pericolosi, disagevoli e imprevedibili gli spostamenti.
Conosco solo una
persona al mondo che sarebbe ancora ottimista dopo due anni di esperienza in
Uganda riguardo ai trasporti, e la conoscete anche voi! E' l'eroe indiscusso di
questo blog: il Piccio!
Qualche giorno fa
mi dice: “I maestri di Atapara Primary School mi hanno invitato ad andare con
loro domani alla festa per l’African Child Day” (vedi post di settimana
scorsa).
E io: “Ah ti
vogliono scroccare il passaggio!” (commento poco lusinghiero, è vero, ma
mutuato da profonda conoscenza e ripetute esperienze...)
“Ma no...hanno i
loro mezzi e poi dovrebbe essere proprio qui vicino. Una cosa veloce: torno per
pranzo.”
Io sorrido e non
commento.
Il giorno dopo a
mezzogiorno mi arriva il seguente sms: “Mi sa che qui va per le lunghe: siamo
arrivati tardissimo e siamo in culo ai lupi: tutto normale insomma...”
Alla sera il
report degli avvenimenti così come narrati dal protagonista:
“Partenza
prevista 9.30 am, partenza effettiva 11.30 am.
Distanza stimata
circa 2 Km, distanza reale oltre 10Km prevalentemente nel bush.
Stima Km percorsi
con la nostra auto (e la nostra benzina!!!) 0, km percorsi effettivamente con
la nostra auto 25.
Persone
trasportate 4andata/4 ritorno...tutte sovrappeso!
Insomma ho fatto
il conto che al ritorno il carico sulla nostra macchina sfiorava i 5 quintali!”
Non vorrei
ripetermi, ma sapete quanto mi piace dire “Te l'avevo detto!”
Anche questa
volta: realismo 1 – ottimismo 0!
Ma sono certa che
il Piccio non smetterà di pensare positivo e ad ogni richiesta di passaggio risponderà
sempre: “It's fine, no problem!”...in fondo è il nostro eroe!
Parola alla
“difesa”(il Piccio): sicuramente la Mari ha ragione quando mi descrive come un
inguaribile ottimista che a volte sfiora l’ingenuità e che spesso eccede di
buonismo. In mia difesa vorrei però proporre due visioni differenti dell’accaduto.
Sembra che l’accusa fondi la sua inquisitoria in particolare sui temi del
“cronico ritardo”, delle “false distanze” e della “quantità/tipologia di gente
trasportata”.
Ecco, io credo
per i primi due di essere vittima della legge del contrappasso! Chiunque mi
conosca sa che la puntualità non è un mio punto forte e che, soprattutto quando
si visita una città insieme a me o quando si cammina in montagna…nessun luogo è
lontano…nel senso che mi trovo spesso a mentire più o meno volontariamente sulla
distanza della meta verso cui stiamo camminando! Così in questa avventura
africana credo di essere spinto a riflettere su questi miei piccoli difetti
provando sulla mia pelle cosa significhino!
Per quanto
riguarda invece il terzo capo di accusa, vorrei chiedere a voi lettori chi non
sarebbe incuriosito e chi non morirebbe dalla voglia di sapere come va a finire
una barzelletta che inizia così: “Su una macchina ci sono: un bianco, un nero,
una suora, una cieca e una zoppa…” già, questa era la tipologia di passeggeri
che mi si sono proposti al mio arrivo ad Atapara Primary School con la mia
minuta RAV4. Ancora una volta non ho saputo dire di no a nessuno di loro e mi
sono ritrovato a rispondere: “It’s fine, no problem!”
Che altro dire,
più che un eroe mi sento a volte “Pierino”, protagonista di mille barzellette,
ma va bene così perché credo che per questa gente, per me e per tutti…ridere
aiuta a vivere meglio!
Alla prossima
barzelletta…
(PS: in
copertina, foto di repertorio: Piccio, autista di matrimonio, trasporta 12
persone su una macchina omologata per 4!)
giovedì 27 giugno 2013
Aber - anno II - quarantanovesima settimana
African
Child Day
PS: per le foto trovate il link nella rubrica qui a fianco "Piccio-foto", mentre per il video cliccate qui
Il 16
Giugno di ogni anno (quest’anno stranamente posposto al 25) si celebra il
“Giorno del bambino Africano”. Già, anche i bimbi di qui, spesso dimenticati,
spesso trascurati, spesso abusati in termini di diritti e libertà, hanno un
loro giorno! Un giorno in cui i grandi decidono di sedersi e discutere con le
migliori intenzioni ciò di cui i piccoli hanno bisogno promettendosi a vicenda
di non dimenticarsene per i restanti 364 giorni dell’anno. Ma oggi voglio
essere positivo e ottimista anche perché, ad avermi invitato a partecipare a
questa celebrazione sono state delle persone che stanno portando avanti
un’esperienza che lascia spazio alla speranza. Era già un po’ di tempo che
volevo andare a visitare “Aber Primary School”, una scuola primary che, unica nella regione, ha anche una
sezione per disabili. E’ difficile che
categorie di vulnerabilità e marginalità come quella dei disabili ricevano
attenzioni particolari. Quando dico questo non voglio farne una colpa ai
cittadini ugandesi, piuttosto al governo. Per i cittadini è veramente troppo
difficile pensare che si possano organizzare e che riescano a dedicare attenzione a queste
persone. Alcuni fattori culturali e sociali portano spesso a stigmatizzare
persone come i diversamente abili quali “risultato” di qualche maleficio o qualche
colpa di altri membri del clan e quindi non particolarmente degni di
attenzioni. La condizione di miseria estrema in cui la maggior parte della
gente vive fa poi il resto, portando ad una sorta di selezione naturale che
lascia che i più deboli si “estinguano”. Ma il governo, dichiarandosi attento e
democratico dovrebbe prendersene cura…una democrazia dovrebbe riconoscersi
anche e soprattutto dall’attenzione che riserva agli ultimi, giusto?
Facendo
un passo indietro rispetto a ieri…torniamo a settimana scorsa quando sono
andato ad incontrare questa esperienza. Mi ha veramente colpito. 148 ragazzini
disabili che vivono e studiano in questa scuola. La maggior parte non udenti e
non vedenti ma alcuni anche con disabilità mentali (ritardi, sindrome di Down).
A seguirli durante le ore di scuola sono “addirittura” 4 insegnanti! Di cui 3 a
loro volta con disabilità e un coordinatore. Durante il giorno ci sono poi
altre persone che si occupano di cucinare e di seguirli nei bisogni essenziali.
Durante la notte sono invece altri studenti “normodotati” della scuola che
dormendo insieme, in caso di bisogno, si prendono cura di loro. Come dicevo, il
governo non sostiene molto questa esperienza e il contributo economico che da è
veramente irrisorio. Purtroppo poi è stato ulteriormente ridotto da quando, due
anni fa, si è scoperto che quei pochi soldi che arrivavano venivano intascati
dal coordinatore di allora. Ma ora la struttura, per quei pochi mezzi che ha a
disposizione, sembra funzionare bene. E ieri hanno avuto modo di mostrarlo a
tantissima gente. Si sono presentati con un cartello che diceva “Disabilità non
è inabilità” e, per dimostrarlo, si sono esibiti in una recita e in un canto
entrambi fatti da ragazzi muti. Ebbene si, dei ragazzi muti hanno cantato e
recitato esprimendosi con il linguaggio dei segni e, grazie alla traduzione
effettuata da un’insegnante, tutti hanno potuto apprezzarne l’esibizione e
rimanerne piacevolmente sorpresi. Speriamo che più di tante (spesso inutili)
parole siano i gesti di questi ragazzi a rimanere impressi e a toccare le
coscienze.
Tutta la
celebrazione è poi andata avanti con esibizioni fatte dai ragazzini provenienti
da molte scuole del distretto che attraverso danze tradizionali e moderne hanno
trattato il tema specifico della giornata che era “Eliminare le pratiche
sociali e culturali che interessano i bambini, è una nostra responsabilità”.
Non
voglio aggiungere altro…lascio ora spazio alle foto e ad un video che meglio di
ogni altro discorso possono raggiungervi e rendervi partecipi della giornata.
mercoledì 19 giugno 2013
Aber - anno II - quarantottesima settimana
Il GIM
di Aboke
Sabato
scorso abbiamo iniziato una nuova esperienza, una nuova sfida, una nuova
occasione di incontro e di scambio. Abbiamo iniziato un cammino di formazione
missionaria rivolto alle ragazze della scuola di Aboke.
Era ormai
diverso tempo che pensavamo a come poter condividere in modo più diretto ed
esplicito il nostro essere missionari. D’accordo farlo nella quotidianità, col
nostro essere qui, col nostro essere famiglia e coi nostri lavori ma ci piaceva
anche trovare un modo più esplicito per riflettere insieme su cosa sia la
missione e per dare ai ragazzi di qui la stessa possibilità e lo stesso dono che
noi avevamo ricevuto potendo frequentare il GIM – cammino di formazione alla
missione per giovani proposto dai comboniani - ormai 10 anni fa.
Così,
insieme a sister Carmen (suora comboniana che sta ad Aboke), abbiamo iniziato a
pensare una proposta da rivolgere alle ragazze della scuola. Quello che ne è
uscito è un percorso molto impegnativo, articolato su tre anni e con incontri
settimanali della durata di un’ora circa. I macro argomenti su cui vorremmo
ragionare sono “l’ascolto”, “l’incontro” e “l’azione” agiti sul piano
personale, su quello della relazione con l’altro e nella relazione con Dio. Le
“sotto-tematiche” sono varie e vanno dal “silenzio” alla “libertà”, dal
“perdono” alla “non violenza”, dal “pregiudizio” alla “cooperazione”…e altri
ancora. Come modalità naturalmente abbiamo cercato di privilegiare quelle del
gioco e della creatività ma, in parte, anche quelle più “da grandi” della
meditazione e della condivisione.
Il primo
incontro è stato positivo… a mo’ di introduzione chiedevamo loro cosa
intendessero per “missione”. Abbiamo chiesto di ragionarci in piccoli gruppi e
poi di riportare il risultato al gruppo allargato usando diverse forme
artistiche (il disegno, la recita, la canzone, la poesia).
Quello
che ne è uscito sono le risposte che più o meno ci aspettavamo (a parte la
piacevole sorpresa di non sentir mai parlare di soldi!)come per esempio: siamo
tutti chiamati alla missione, la missione è preghiera per gli altri, essere
missionari vuol dire aiutare il prossimo con ciò che siamo capaci di fare, etc.
Non so
quanto queste risposte siano per loro vere o semplici frasi fatte, ciò che è
più importante per il momento però è che si siano divertite per un’ora
ragionando insieme su temi comunque importanti.
La
speranza per il futuro è che, da luoghi comuni, diventino qualcosa in cui credono
un po’ di più, qualcosa che sentano veramente loro e che le aiuti a fare piccole
scelte e a ragionare sui comportamenti quotidiani in maniera un po’ diversa
sapendo di non essere le sole a pensarla in un certo modo.
Alla
fine anche a me quello che è rimasto del GIM (e che ancora più apprezzo del
cammino dei laici comboniani) sono il divertimento, i rapporti veri e profondi
all’interno del gruppo e la modalità di vivere la vita e la fede che è quella
in cui più mi ritrovo.
Non so
se seguiremo fedelmente i nostri piani o se dovremo cambiare la nostra time-table,
non so neanche se le difficoltà con la lingua permetteranno di condividere in
modo profondo e se le nostre metodologie siano valide per questa cultura o
utili in questo contesto, speriamo solamente di contribuire, insieme ad altre
esperienze che queste ragazze faranno, ad innescare quella scintilla che poi
Qualcun Altro trasformerà nel fuoco ardente della ricerca della giustizia,
della verità, della felicità.
mercoledì 12 giugno 2013
Aber - anno II - quarantasettesima settimana
Ognuno per nome
Se verrete in Africa un giorno, non fate mai l'errore di pensare di avere
capito tutto (o quasi). Io l'ho fatto spesso ed ogni volta l'Africa mi ha
lasciata a bocca aperta.
Per esempio credevo di avere capito (e forse l'ho anche scritto) che i
bambini qui contano poco, soprattutto se molto piccoli, soprattutto i
neonati...in fondo sono una merce molto diffusa, a basso costo di produzione e
quindi di scarso valore...Sì, sono diventata un po' cinica...per
sopravvivere...
Oggi dopo la Messa in ospedale sono entrata in reparto quasi per caso
(...ma esiste il caso...?) e ho notato che il parroco stava facendo una
preghiera nella nostra procedure room. Mi sono avvicinata e mi sono resa
conto che in realtà stava battezzando un piccolo neonato in fin di vita
attaccato all'ossigeno.
Quanti neonati ho visto morire in un anno e mezzo? Non lo so. Ho smesso di
contarli, sempre per sopravvivere, ma questo mi ha riempito gli occhi di
lacrime. Questo è stato battezzato, ha avuto un nome, ha genitori che
nonostante la brutalità del mondo da cui provengono hanno voluto chiamarlo per
nome e ricordarlo per sempre come parte della famiglia anche se vivrà solo un
giorno.
Questa sera nella penombra della mia procedure room, sul lettino
sporco su cui faccio le toracentesi e le lombari, accompagnato dal suono
meccanico del concentratore di ossigeno, con la stessa brocca d'acqua che uso
per lavarmi le mani è avvenuto il miracolo della vita, dell'amore e della morte
tutti insieme in un unico momento. In questo cuore d'Africa crudele e brutale
si è rivelato il Dio pastore compassionevole che conosce ognuna delle sue
pecore per nome.
martedì 4 giugno 2013
Aber - anno II - quarantaseiesima settimana
Semi di
speranza…che vanno coltivati!
Questa
settimana è stata caratterizzata da due momenti che mi sono permesso di
sintetizzare col titolo del post: semi di speranza…che vanno coltivati.
I semi
di speranza sono i Santi Martiri d’Uganda…i coltivatori che hanno l’obbligo di
prendersi cura di questi semi per non farli morire invano sono le persone di
qui.
Ma
andiamo con ordine. Il 3 giugno si celebra la commemorazione dei Santi Martiri
d’Uganda (per maggiori informazioni rimando al post del 2012, mese di giugno).
E’ una festa molto sentita. Quest’anno cadeva proprio il giorno dopo il Corpus
Domini ed è stato bello riflettere sul fatto che, fortunatamente, non è solo
Gesù ad aver donato il proprio corpo per chi ha fame e sete di giustizia. Devo
dire la verità…l’ostia ricevuta domenica aveva un sapore particolare, aveva
anche in sé la forza e l’energia derivante dal sacrificio di questi 22 giovani
(in parte cattolici e in parte protestanti) che si sono immolati per valori
come la libertà e la pace. Questa energia e questa forza si ritrovano anche
nella miriade di pellegrini che partono settimane prima del 3 giugno da posti
anche molto lontani (tutta l’Uganda, ma anche Rwanda, Congo, Sudan, Kenia) e
camminano fino al Santuario di Namugongo per far resuscitare e tenere in vita
chi la vita se l’è giocata per intero. Faceva notare un padre comboniano come
il potere dei re finisce con la loro morte, ma il potere dei martiri inizia con
il loro sacrificio estremo.
Purtroppo
non basta però camminare per due settimane perché i valori per cui questi
giovani hanno dato la vita vengano mantenuti, purtroppo perché dei semi
diventino piante bisogna prendersene cura.
E da qui
la seconda parte del titolo del post e il secondo episodio significativo di
questa settimana: la consacrazione (con il primo evento ufficiale) della nascita
della commissione giustizia e pace della cappella di Aber. Certo è una piccola
cosa che sicuramente non cambierà il mondo e quasi certamente neanche, almeno a
breve termine, il destino dell’Uganda ma ha in sé un grosso valore.
Innanzitutto perché è parte di una rete, non è una realtà isolata e a sé stante
ma è parte di un movimento presente anche a livello diocesano, nazionale e
mondiale (da quando nel 1967 Papa Paolo VI costituiva il consiglio pontificio
per la pace e la giustizia). Secondariamente perché nasce dalla gente con una
struttura nuova, con una struttura che gli appartiene, con un’organizzazione
che valorizza quelle Small Christian Communities che derivano dalla tradizione locale. Da quando si è
costituita ha individuato due prime tematiche da approfondire. Una è legata
alla vita quotidiana e alle relazioni interpersonali: “la violenza domestica”,
la seconda è invece più connessa con le istituzioni e il rispetto dei diritti:
“le strade”. Entrambe le tematiche sono state scelte dalla gente con un
sondaggio che ha coinvolto più di 500 persone. Ciò ha portato, per esempio,
alla scelta dell’argomento “strade” come priorità assoluta quando, se avessi
dovuto scegliere solo io, avrei dato forse la precedenza ad altre urgenze come
la sanità o l’istruzione.
Questi
coltivatori avranno sicuramente tanto da fare…c’è infatti chi è chiamato a
“gettare” la propria vita nel terreno e chi invece ha il compito di arare,
innaffiare e proteggere dagli agenti infestanti ogni singolo giorno della sua
vita e con scelte altrettanto radicali.
Non
basta vivere sperando, ma la speranza è ciò che ci deve spingere all’agire e
all’impegno quotidiano.
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