mercoledì 24 aprile 2013

Aber - anno II - quarantesima settimana

Varie ed eventuali

Ho una domanda per i più affezionati lettori del nostro blog: se qualcuno vi chiedesse: “Ma cosa fa in Africa da quasi due anni il tuo amico Piccio?” voi cosa rispondereste?
Pensateci con calma, ma sono sicura che allo scadere del tempo massimo pochi di voi riuscirebbero a dare una risposta organica sintetica ed esauriente!
Io ci ho provato, ma ho il vantaggio di una osservazione ravvicinata del soggetto in questione e degli effetti da egli prodotti, ovvero
-        tavolo del soggiorno perennemente ricoperto di montagne di carta contenenti informazioni oscure ai più
-        computer acceso 18 ore al giorno (ok...spesso è aperta solo la pagina della Gazzetta...)
-        ogni giorno nuovi personaggi seduti al suddetto tavolo che smanettano sul suddetto computer che mi danno il benvenuto quando torno dal lavoro (...loro??? a me???...)
-        cellulare che squilla dalle 7 del mattino fino alle 10 di sera
-        auto carica al colmo di ogni genere animato e inanimato per ogni viaggio a Lira o a Gulu
-        passare in un mercato affollato e sentire un venditore chiamarlo per nome “Hi Marco, how are you? And Francesco?”
Dunque alla fine di lunghe osservazioni, non senza stupore e talvolta perplessità potrei dire che il Piccio incarna alla perfezione la figura professionale dell'addetto alle varie ed eventuali.
Per entrare nello specifico della job-description:
papà
educatore
insegnante di informatica
direttore di scuola materna
found raising
cuoco (specialista pasticcere…anche per matrimoni)
laboratori cucina per bambini...e housekeepers
fotografo (artistico, cerimonie, ID size)
blogger
scrittore di progetti
editore discografico
facilitatore di corsi per coppie
guida turistica
rivenditore pneumatici
imprenditore settore apicultura
imprenditore settore editoria fotografica
membro commissione giustizia e pace
imprenditore settore edile
riparazioni radio
autista
istruttore di scuola guida
cambiavalute
 ...non so...forse ho dimenticato qualcosa...a voi completare la lista!

giovedì 18 aprile 2013

Aber - Anno II - trentanovesima settimana

Ma il Mal d’Africa esiste?
Definizione di Wikipedia: “ nel linguaggio comune Mal d’Africa si riferisce alla sensazione di nostalgia di chi ha visitato l’Africa e desidera tornarci (così come saudade è la nostalgia del Brasile).
Sono rientrata in Italia da ormai due settimane e non so ancora se condividere la definizione di Wikipedia ma credo di essere affetta da mal d’Africa. Dopo sei mesi passati ad Aber è stata tanta la gioia di rivedere la mia famiglia, il mio fidanzato, gli amici e i colleghi di lavoro. E’ stato bello tornare nella mia comoda e accogliente casa, e finalmente dormire tranquillamente e profondamente, senza sentire mille rumori di chissà che animali, non rischiare più di trovare rospi in bagno o topi in cucina (ringrazio Marco che è sempre venuto in mio soccorso)… Che gioia tornare nella mia pizzeria preferita e gustarmi una buona pizza, per non parlare delle prelibatezze preparate dalla mia mamma e dalla suocera che hanno deciso di mettermi all’ingrasso! E’ stato bello tornare a lavorare in un moderno ospedale, super pulito, tutto mi sembra così profumato (altro che gli odori della chirurgia, vero Mari?), quanti esami a disposizione , quanti antibiotici e la sala operatoria: LUSSO! Bisturi elettrico, fili di sutura a volontà….
Eppure, mentre da un lato mi sento sollevata, perché sono tornata nel mio mondo, dall’altro ho una strana malinconia, un senso di tristezza e mi vengono in mente i cieli azzurri sopra ad Aber, la fitta vegetazione verde che alle volte mi sembrava soffocante,le strade piene di gente giovane che si muove a piedi o con le biciclette, le jerican gialle, i vestiti colorati delle donne, i volti allegri delle mie infermiere, la passeggiata al fiume, il chapati dell’Hellen, la Polly e i suoi vestiti, i sorrisi del Samu, le facce affamate del Francy per ottenere un biscotto, le appassionanti ipotesi diagnostiche e gli scambi chirurgo-infettivologo con la Mari e le più filosofiche discussioni con Marco….
Sono passati 15 giorni da quando ho lasciato Aber, la mia casetta a fianco alla famiglia Piccio, il mio lavoro di chirurga in un piccolo ospedale rurale, ma i sentimenti sono ancora confusi e ci vorrà del tempo per elaborare a pieno il senso di questa esperienza… Il bilancio finora è positivo, credo di essere cresciuta professionalmente e umanamente, di aver riscoperto la passione per il mio lavoro, di aver avuto la fortuna di condividere il mio cammino con persone speciali che mi hanno arricchito, di aver migliorato il mio spirito di adattamento e aver aperto la mente a modi diversi di pensare e affrontare la vita…
Ma rimane un senso di amarezza, perché tutti questi aspetti sono positivi per me ma io che cosa ho lasciato ad Aber, che cosa è servita la mia esperienza all’Africa? Non fraintendetemi, sei mesi fa non ero partita con deliri di onnipotenza, ma con uno spirito umanitario che credo spinga molte delle persone che partono per un paese in via di sviluppo. E’ un’amarezza che nasce dalla consapevolezza che l’Africa a te da tanto ma tu puoi fare poco, i tempi non sono maturi e la tua presenza (soprattutto come ong) spesso può fare solo danni …  
Non voglio essere pessimista o disfattista, sono considerazioni realistiche maturate dopo sei mesi difficili, fatti di arrabbiature e delusioni, ma anche di gioie e soddisfazioni e in cui non ho perso speranza nell’uomo e nel tempo che aiuterà a maturare la coscienza dei propri diritti e l’esistenza di doveri morali e materiali…
Nel mio piccolo spero che la mia dedizione al lavoro e quindi ai pazienti, i miei tentativi di stimolare uno spirito femminista tra le mie infermiere, le chiacchiere con Hellen (la mia housekeeper) su come dovrebbe cambiare la condizione delle donne in Uganda, i soldi prestati a Margaret per far studiare sua figlia, il regalo fatto a Dorcus per regalarle un nuovo sorriso o a l’incoraggiamento a Polly per la sua nuova attività, abbiano lasciato un piccolo segno, come un sasso lanciato in uno stagno!
Credo che questo sia l’unico modo  veramente sensato di fare cooperazione in Africa, se così si può definire, e la famiglia Piccio lo fa ogni giorno.
Grazie per avermi sostenuto e guidato in questi sei mesi, siete forti e state facendo tanto con poco, le nostre strade si sono incrociate per poco, ma anche se da lontano vi sostengo nel vostro cammino che è difficile, ma che vi renderà più forti  e che in silenzio come il sasso lanciato nello stagno sta generando onde concentriche negli animi di chi incontrate, alcune onde più superficiali e altre molto più profonde…
Un abbraccio, smetto di scrivere, il mal d’Africa si sta facendo sentire di nuovo….

giovedì 11 aprile 2013

Aber - anno II - trentottesima settimana

Hysteria

Doris ogni 2 o 3 mesi viene portata all'ospedale perché, dicono i suoi numerosi accompagnatori, perde coscienza e ha le convulsioni.
In realtà Doris è perfettamente cosciente, ma appena un parente o il dottore si avvicina si contrae si inarca, si dimena e rovescia gli occhi inducendo tutto l'entourage attorno al letto per tenerla ferma e...ovviamente per pregare e scacciare il demonio che la perseguita.
La mia caposala è talmente abituata a vedere questo genere di manifestazioni che ridendo mi dice: “Adesso scacciamo il demonio con un po' di Haldol (uno dei pochi psicofarmaci di cui dispongo) vero dakatali (che sarei io)?”
Non credo che Doris abbia un demonio e neanche l'epilessia, sicuramente non ha la meningite. Forse Doris ha ciò che Freud chiamava isteria e che la psichiatria moderna (...e occidentale...) chiama disturbo di conversione. Non si tratta di semplice simulazione. Doris soffre davvero. E' una donna bella e forte che ha dato quattro figli a suo marito, ma poi è stata operata di isterectomia ed ora... “non può più produrre” mi dice il marito rammaricato. Già...rammaricato...perché un uomo normale sarebbe felice che dopo quattro figli la moglie non possa più produrre, ma qui è una disgrazia, fatta pesare ovviamente tutta sulla donna che ne doveva sfornare almeno una decina anche a costo di vederne morire due o tre e rischiare la propria vita.
Nel pomeriggio sotto la veranda si svolge un rito per scacciare il demonio e il mattino dopo trovo Doris tranquillamente seduta fuori che mi guarda con occhi semiaperti (effetto collaterale dell'Haldol) ed un sorriso incredibilmente triste mentre prende in braccio un neonato figlio di qualche sorella.
Chi mi conosce sa che sono una persona razionale e fiduciosa nella scienza, ma qui sto imparando che vi sono forze che noi non comprendiamo che dominano questa gente e questa terra. La storia di Doris è la storia di una paziente con malattia psichiatrica, ma gli stessi studenti di medicina o gli infermieri quando cerco di spiegare loro, ridono: la malattia psichiatrica non è ancora riconosciuta come vera malattia, come vera sofferenza. E in fondo anche noi nel cuore del mediterraneo culla di civiltà e di illuminismo quanto ci abbiamo messo...?
Ma anche per quanto riguarda malattie più “organiche”, se non hai una TAC per vedere la massa nel cervello che ti dà le convulsioni o non hai la concezione di base che vi sono esserini invisibili che possono entrare nel tuo corpo e portarti anche a morire, o se anche lo sai ma il dakatali sospira e ti dice che non c'è cura per quello, posso solo immaginare quale sia la percezione di malattie come l'AIDS o la TB o quale sia il peso sociale di condizioni quali l'infertilità.
La loro vita sembra dominata da una natura leopardiana, matrigna onnipotente e beffarda, che riempie ogni fazzoletto di terra di frutti rigogliosi e poi spazza via la vita di un bambino in un attimo.
Non dico di credere agli spiriti o al demonio, ma sicuramente incomincio a comprendere perché questa gente ci crede, e comprendo anche come sia possibile che ciò conviva con il loro cristianesimo. Forse sono ancora in attesa della rivelazione di un Dio-Madre-Amore che non spezza la canna incrinata e vivono ancora nella paura di una natura spietata che va tenuta a bada con riti e magie.
(per la foto in home page si ringrazia la Miki)

giovedì 4 aprile 2013

Aber - anno II - trentasettesima settimana

World Social Forum di Tunisi - 2013
Quanto riportato qui sotto è un estratto dei diari che i comboniani Alex Zanotelli ed Elisa Kidanè hanno condiviso durante la loro permanenza a Tunisi. E' un po' lungo ma crediamo che ne valga la pena leggerlo e rifletterci vista la scarsa risonanza avuta sui media e l'importanza degli argomenti trattati. Ma soprattutto pensiamo sia importante soffermarsi sullo spirito positivo e l'entusiasmo che hanno fatto da cornice a questo forum...ma perchè le belle notizie passano sempre in secondo piano? è proprio vero che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce!
 
Dal 26 al 30 marzo si è tenuto a Tunisi il Forum mondiale sociale (FMS). Oltre al solito slogan “Un altro mondo possibile” il tema centrale di quest'anno è stato la Dignità. Al centro del Forum, spiega il tunisino Fethi Dabako, c'è la parola DIGNITA' che racchiude tutto quello che può volere un essere umano: libertà, diritto alla vita e a spostarsi liberamente. Questo di Tunisi è stato il primo FMS che si è tenuto in un paese quasi totalmente islamico.
Le missionarie e i missionari comboniani hanno iniziato a partecipare a questi Forum dal 2007 (Nairobi) e da allora sono sempre stati presenti perché ritengono i temi di giustizia, pace e integrità del creato come parte essenziale del loro fare missione.
La prima giornata è stata un po' preparatoria al forum e, visto che il paese ospitante era islamico, l'attenzione si è focalizzata proprio sull'Islam.
Aiutati da due esperti comboniani P. Scattolin Giuseppe e P. Paul Hanis, che lavorano in Egitto, e da due comboniane, sr Anna Maria Sgaramella e sr Alicia Vacas, che operano a Gerusalemme, i partecipanti hanno affrontato il significato dell'Islam nel mondo contemporaneo.
L'appello di questi esperti che lavorano sul campo stato un pressante invito ad accostarci alla religione islamica con reverenza e ad accettare la sfida del dialogo a tutti i livelli. Il dialogo interreligioso e interculturale, ha affermato Benedetto XVI, non può essere un optional.
La seconda giornata si è aperta con una tumultuosa assemblea delle donne. Sul palco si sono susseguite donne provenienti da varie parti del mondo che reclamavano a voce alta i loro diritti. “I nostri governanti non hanno preso in seria considerazione le rivendicazioni della società civile tunisina” ha ribadito con forza Ahlan Belhaji. Dobbiamo continuare a lottare. Si sono sentite parole una volta proibite, che oggi sono invece pronunciate con forza, con determinazione, con coraggio: libertà,dignità, autonomia e parità di genere. L'assemblea si è conclusa tra canti, slogan e danze, in solidarietà con le lotte delle donne del mondo intero. Incredibile la forza e la vivacità di queste donne straordinarie. Niente potrà fermarle. Tutto questo è ancora più sorprendente perché avviene in un ambiente islamico. Anche questo un bel frutto della primavera tunisina.
Nel primo pomeriggio è partita nel cuore di Tunisi la grande marcia di apertura del FMS. Una folla immensa, si parla di circa 100mila persone, colorita ed esultante, ha iniziato a muovesi lentamente verso lo Stadio.
E stato provvidenziale il fatto che il Comitato internazionale del Forum abbia scelto Tunisi per questo appuntamento perché questa giornata ha dato una carica incredibile al popolo tunisino e una speranza in più per un cambiamento contro tutti i fondamentalismi.
Massiccia pure la presenza di gruppi algerini, marocchini, e libici. Questa marcia e questo Forum potrebbero aprire strade nuove per l'unità dei popoli del Maghreb. Forte anche la presenza Palestinese che ha ottenuto in questa marcia una notevole solidarietà da parte di molti gruppi presenti.
La marcia era un alternarsi di colori, di canti, di danze, di slogan. Una giornata di primavera carica di speranza.
La terza giornata è stata costellata di centinaia di workshop. Il tema che ha attirato il maggior numero di persone è stato quello delle primavere arabe che hanno cambiato il volto della regione. La grande domanda era: che cosa fare dopo le rivoluzioni? Il dibattito politico è stato molto acceso soprattutto per la massiccia presenza di associazioni tunisine e magrebine. Altri temi trattati sono stati la spiritualità, le armi, le migrazioni, i cambiamenti climatici, la cittadinanza attiva, la crisi finanziaria, le politiche dell'Unione europea verso i paesi impoveriti, l'assedio delle multinazionali in Africa (provocante la chiamata, in una delle sessioni ad una mobilitazione per una giusta tassazione sui minerali esportati dal continente africano. I relatori hanno insistito che se i minerali - l'alluminio come l'uranio - fossero tassati, non ci sarebbe nessun bisogno di un aiuto pubblico), il fracking (una nuova tecnica che si sta diffondendo per estrarre gas naturale incapsulato nelle rocce bituminose. Un fenomeno che è stato definito un crimine per le gravi conseguenze che ne derivano). Anche i comboniani e le comboniane hanno presentato per la prima volta i loro workshop rispettivamente sui temi del Land-grabbing, (accaparramento delle Terre), sulla situazione che vivono i Beduini nei territori occupati in Israele, sulla Pace, la riconciliazione, il dialogo interculturale e religioso, presentando esperienze concrete vissute in Egitto, Chad e Congo. Quello del Land grabbing è un fenomeno particolarmente grave soprattutto in Africa, dove si calcola che 67 milioni di ettari di terra sono stati già accaparrati. Alcune multinazionali dell'agro business e alcuni gruppi finanziari attratti dai prezzi dei generi alimentari in aumento e dalla domanda crescente dei biocarburanti e di prodotti agricoli, si sono buttati nel grande affare di acquisire nel sud del mondo terre coltivabili con le annesse fonti d'acqua.
Nella quarta giornata molti workshop sono stati dedicati a sviscerare la crisi dell'Europa. A questo riguardo particolarmente indovinata la lettura che ne ha fatto il Centro di Studi di Barcellone: Cristianisme i Justìcia. “L’Europa dei diritti umani, la culla della democrazia, della rivoluzione francese, delle lotte operaie e del consolidamento della classe media, sta scomparendo”, ha affermato Jaume Botey. Secondo i relatori è assordante il silenzio delle Istituzioni ecclesiali europee su questa crisi.
Come uscire da questa crisi profonda? Non è certo rinchiudendosi su stessa che l’Europa si salverà. Purtroppo l’Europa con le sue leggi sull’immigrazione è diventata una fortezza che deve difendersi dagli “invasori”.
Una delle sessioni più affollate e belle di questa giornata aveva come titolo: l’Europa è in guerra contro un nemico che lei si inventa. Per esempio ci si è soffermati a riflettere sull'assurdità di un'Agenzia di sorveglianza, come la Frontex, istituita nel 2009, per difendere i confini dell’Unione Europea. Questa Agenzia ha a disposizione 21 aeri, 113 navi, 475 unità di equipaggiamento, con un bilancio vicino ai 100milioni all’anno. L’invito dei relatori, tutti africani, è stato quello di cambiare il nome in Frontexit (uscire dal Frontex).
Fa una certa impressione guardare il Mediterraneo da Tunisi: questo mare è diventato il cimitero per migliaia e migliaia di persone. Commovente la lettera scritta dall’Associazione tunisina “La Terra per tutti”, in cui i genitori chiedono all’Italia di avere notizie dei loro figli desaparecidos. Non a caso sono state molte le sessioni dedicate al problema dell’immigrazione e del diritto di migrare.
Il Forum però non analizza solo i vari problemi attuali, ma ha il coraggio di prepararsi a importanti eventi in arrivo. Uno di questi è l’incontro che si terrà a Bali nel prossimo dicembre, convocato dal Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) per liberalizzare ancora di più il mercato, soprattutto nel settore agricolo. Rappresentanti dei movimenti dell’Asia (dall’Indonesia al Giappone) sono venuti a Tunisi per chiedere l’appoggio da parte della cittadinanza attiva mondiale, per questo importante appuntamento. Una vittoria del Wto sarebbe un’altra tragedia per gli impoveriti.
Anche durante l'ultima giornata del forum gli oltre 240 seminari hanno trattato temi di vitale importanza: dalla spiritualità al debito, dalla cittadinanza attiva all'impegno per l'acqua pubblica, dalle lotte per le pari opportunità delle donne alla libera circolazione delle persone, dall'economia solidale al dialogo fra le religioni, dagli EPA (Economic partnership agreements) alle biotecnologie (in particolare si è parlato delle sei multinazionali delle sementi che gestiscono questo nuovo e grande business le cui conseguenze avranno ricadute impensabili sul futuro dell'umanità, ponendo problemi etici, filosofici e teologici di grande rilievo), dall'ambiente al diritto alla casa.
Le celebrazioni che si sono tenute durante il forum hanno ripercorso i momenti del triduo pasquale calandoli nel presente e nel contesto sociale di cui si è discusso durante gli incontri.
Così l'Eucarestia del Giovedì Santo, ha fatto memoria di quel Gesù che ci ha insegnato a spezzare il pane, perché tutti ne abbiano in abbondanza; la celebrazione della morte di Gesù ha ricordato, insieme al Crocifisso anche i popoli crocifissi d'Africa e tutti coloro che hanno dato la vita perché questo continente possa risorgere; durante l'ultima giornata ci si è infine soffermati su quel soffio di Pasqua che ha animato il popolo ebraico ad uscire dalla schiavitù verso la libertà e che si è sentito forte durante il forum aleggiare in questo popolo tunisino che non desidera altro che dignità e libertà.

giovedì 28 marzo 2013

Aber - anno II - trentaseiesima settimana

Accogliere

Domenica scorsa, durante la Messa della domenica delle palme che abbiamo celebrato a Matani (Karamoja), mi veniva una riflessione a proposito dell’accoglienza. Pensavo che la domenica delle palme dovrebbe avere un valore e dovrebbe essere sentita come una festa più importante del Natale. Questo perché accogliere un bambino, accogliere un innocente, accogliere qualcuno che non si è ancora esposto pubblicamente insomma accogliere qualcuno che non ci da fastidio,  è più facile. Accogliere un neonato vuol dire accogliere un corpicino e celebrare il dono della vita ma accogliere una persona vuol dire accogliere le sue idee, accogliere i suoi difetti, accogliere ciò che di lui non comprendiamo o non condividiamo. La folla che ha accolto Gesù a Gerusalemme è una folla che gioisce per un uomo che ha fatto una scelta radicale, che esulta per qualcuno che ha deciso di rimanere coerente alla sua missione fino alla fine, che osanna una persona che dava fastidio alle istituzioni, che porta come trionfatore l’umile condannato a morte dal potere.
Ma quanto difficile è accogliere nella sostanza e non nella forma! Sventolare palme in modo anonimo tra la folla, cantare quando si è una delle mille voci del coro può essere bello e importante, ma quanto più difficile è mantenere fede alle proprie idee quando siamo interpellati personalmente, quando dobbiamo esporci a nostro rischio e pericolo.
E allora ecco i nostri piccoli o grandi tradimenti… a volte possono essere 30 denari a tentarci, altre volte la paura di andare contro i forti o contro la massa fa cambiare il nostro “Osanna” in “crocifiggilo”, in altre circostanze, interrogati in prima persona, non sappiamo far altro che rinnegare noi stessi e ciò in cui abbiamo creduto fino a poco prima e solo quando sentiamo il canto del gallo capiamo e ci sentiamo dei vigliacchi.
Credo che più o meno le stesse cose si possano dire per i nostri progetti o per le persone che incontriamo. All’inizio può sembrare tutto bello e facile soprattutto perché abbiamo già in mente noi come si svilupperà perché Lui (il progetto o la persona in questione) non si è ancora espresso. Poi però (fortunatamente…soprattutto nel caso di Gesù) le cose non vanno come le abbiamo in mente noi (un Dio forte, un Dio potente, un Dio giustiziere). Questa non deve essere una sconfitta e non ci deve portare alla rassegnazione o a lasciarci tentare da altro o a farci assalire dalle paure ma anzi ci deve interrogare e far crescere. Come nel caso di Gesù…può darsi che quella sia la volontà di Dio, così diversa da come ce la aspettavamo e da come l’avremmo voluta…ma così giusta e così vera al tempo stesso. Quando qualcosa va diversamente da come ce la aspettavamo…non buttiamo tutto alle ortiche, piuttosto rimettiamo in discussione noi stessi…quale miglior metafora della morte (l’abbandono delle nostre certezze) e della resurrezione (accoglienza del volere di Dio).

E allora auguri…perché qualsiasi progetto stiate portando avanti siate pronti ad accoglierlo qualunque forma esso prenda…questo è il vero esercizio dell’accoglienza…e solo attraverso questo esercizio diventiamo capaci di accogliere i segni e la volontà di Dio senza imporre la nostra. 

(foto in homepage per gentile concessione di Miki e Samu)

giovedì 21 marzo 2013

Aber - anno II - trentacinquesima settimana

Comboni sister: il coraggio della tenerezza
Domenica scorsa abbiamo partecipato con grande gioia al 25° anniversario dei voti di Sr. Dorina.
E' stata una bella festa...naturalmente in stile africano! Si è svolta a Gulu e più precisamente presso il comboni samaritan, ossia un centro in cui hanno sede molti progetti rivolti in particolare alle donne malate di HIV e/o in qualche modo vittime della guerra terminata pochi anni fa.
Più che della festa o di suor Dorina in particolare, vorrei parlare della figura delle suore comboniane e dell'importanza che stanno avendo nella nostra esperienza. Per sintetizzarla con poche parole...direi che sono un buon surrogato delle nonne! Senza voler offendere le une (le sister) e le altre (le nonne), lasciatemi dire che almeno alcune delle prime hanno qualche primavera in meno delle seconde e lasciatemi precisare che le nonne vere sono insostituibili! Fatte queste premesse doverose, dobbiamo però dire che, veramente, quando si va dalle sister è sempre un po' come sentirsi a casa delle nonne...sei sempre il benvenuto...sei sempre super coccolato e viziato...ai bimbi è concesso fare tutto (e non ti permettere di rimproverarli)...c'è sempre una torta pronta...è sempre tutto super ordinato...ti puoi dimenticare di avere due figli perchè ci sono delle babysitter più che affidabili! Che tu vada a Gulu o a Lira, a Kangole o a Namugongo, ad Aboke o a Mbuia...troverai certamente visi sorridenti, braccia aperte per abbracciarti, una parola di sollievo o un consiglio prezioso su come affrontare un problema. Come abbiamo detto più volte, forse le difficoltà maggiori stando qui sono la mancanza di relazioni profonde e la ripetitività di tutti i giorni uguali a loro stessi...dalle sister entrambe queste mancanze vengono di colpo colmate e la sensazione è proprio quella di prendere una boccata di ossigeno, di rifiatare prima di rigettarsi nella mischia! Poi spesso iniziano i loro racconti delle esperienze vissute in 15, 20, 25, 30 o 40 anni di missione, durante guerre o durante carestie, sotto i peggiori dittatori o tra bande di ribelli che ogni giorno avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro vita. Ciò che fa ancora più specie è che il tutto non esce dalla bocca di un omone forte e robusto ma dalle labbra di donne minute e in apparenza fragili ma che in realtà hanno una fede, un coraggio e un amore per gli ultimi da fare invidia a chiunque. Noi siamo qui da un anno e mezzo e le paure sono tante, gli scoraggiamenti frequenti, le arrabbiature con la gente del posto quotidiane...ma dove la troveranno la forza per dedicare tutta una vita alla missione?
Sarebbero veramente tante le sister da ringraziare una per una ma decidiamo di farlo raccontandovi molto brevemente le storie di 3 di loro che abbiamo “incontrato” ad Aboke. Forse sono persone non molto note ma che, in modo diverso, hanno incarnato il carisma comboniano e che, nel silenzio, hanno rivoluzionato il mondo intono a loro.
1. Madre Maria Bolezzoli: E' stata la prima superiore generale delle suore missionarie Pie Madri della Nigrizia. Non è mai partita per la missione ad-gentes (con buona pace di tutti quelli che sostengono che la missione in stile comboniano si fa solo lontano dall'Italia). Prima di iniziare questa esperienza con le suore comboniane era già una laica consacrata. Comboni le chiese di aiutarlo con la congregazione delle suore che stava iniziando anche se lei non aveva mai avuto la vocazione ad essere missionaria. Fu molto importante nella nascita della congregazione soprattutto dopo la morte del fondatore.
2. Sr. Giuseppa Scandola: Semplice suora molto dedita alla preghiera. Ormai giunta in la con l'età ma ancora in salute, una sera dopo aver visitato un giovane fratello molto malato e arrivato in punto di morte, ha iniziato a pregare perché la malattia si trasferisse su di lei ormai anziana e lasciasse vivere il giovane ragazzo. Il giorno seguente Sr.Giuseppa morì e il ragazzo improvvisamente guarì da quella malattia incurabile. E' attualmente in corso la sua causa di beatificazione in Vaticano
3. Sr. Teresa Grigolini: Insieme ad altre sorelle e ad altri fratelli, è stata tenuta prigioniera per 10 anni durante la rivoluzione di Mahdia in Sudan. Forzati dai guerriglieri a sposarsi tra di loro (e ad avere figli come prova della loro unione) si sacrificò, in qualità di superiore della comunità per conservare la consacrazione di tutte le altre sorelle. E' ricordata per il suo sacrificio paragonato al martirio.
Non so se raggiungeranno il paradiso per le buonissime torte che ci preparano o per il coraggio che hanno di vivere lo straordinario dono della tenerezza (come ricordava anche Papa Francesco) ma quello che so è che le sister comboniane ti rendono orgoglioso di essere parte della famiglia comboniana.

Grazie titter (come le chiama Francesco)
(se volete saperne di più: www.comboniane.org)

mercoledì 13 marzo 2013

Aber - anno II - trentaquattresima settimana

Atim-Uganda
 
Questa settimana piccio-uganda diventa Atim-Uganda...un binomio che risale a molti anni fa, un binomio sempre nuovo. Atim è stata con noi un po' più di un mese dandoci la possibilità di aprire la porta ed accogliere...esperienza che, come sempre, ti regala molto più di quanto tu possa dare...grazie a te Atim! 
 
Parlare di questo viaggio in Uganda è particolarmente difficile. Sono nata in Uganda e ci ho vissuto quasi 5 anni della mia infanzia in due periodi diversi. Torno in Uganda dopo 10 anni. Trovo un’Uganda diversa e una Maria Grazia e un Marco che non conoscevo. O meglio li conoscevo eccome, ma ne scopro caratteristiche che non sapevo essere loro.
Partiamo dal soggetto più semplice: l’Uganda. Vedo la differenza. Vedo che è un paese in pace. Verso sera, quando inizia il crepuscolo, non si vedono più decine e decine di donne e bambini in fila indiana con le proprie stuoie sotto braccio e le poche masserizie sulla testa andare verso la missione più vicina, l’ospedale più vicino. Cercare un posto sicuro per passare la notte al riparo dai ribelli e dai soldati, per evitare che i bimbi vengano rapiti e trasformati in bambini soldato (in alcune missioni si sono contate 16.000 persone a notte: un esodo). Ora si trovano serenamente davanti a negozietti e bar a chiacchierare e prendere il fresco. La notte non fa più paura.
In città ci sono molte più attività, negozi, più mezzi per strada (macchine e moto)…..prima tutti a piedi al massimo in bici. In giro c’è anche più spazzatura..segno anche questo di benessere (purtroppo) e che non proprio tutto ora c’è la necessità di riciclare. Maria Grazia mi dice che il morbillo nei bimbi non è più un’emergenza. Nel 2003 al Lacor c’era un reparto intero dedicato ai morbilli dei bimbi che morivano come mosche, risultato dell’instabilità politica (che porta a malnutrizione, impossibilità di eseguire campagne vaccinali, affollamento nei campi profughi senza nessuna parvenza di norma igienica).
Le persone però, a sentire “i bianchi” che sono qua, ne sono ancora segnati nel profondo: diffidenti, egoisti, poco solidali l’uno con l’altro, si cerca di fare solo il proprio interesse, anche se questo vuol dire rubare sul posto di lavoro. Il taxista che mi ha portato in aeroporto ha sintetizzato bene variando il motto ugandese “for God and my country” in “for God and my stomach”….chissà quante generazioni dovranno passare ancora.
Maria Grazia. Mi ha stupita. Tanto. Con Grazia ho lavorato nei nostri anni di specialità a Parma (contesto molto diverso). Ha sempre preteso che il personale sanitario (infermieri, oss, medici) facesse bene il proprio lavoro, con serietà, efficienza, velocità, rapidità. Conoscendo già un po’ il mondo degli ospedali in Uganda ero curiosa di vederla all’opera. Non avrei mai pensato che avrebbe “fittato” così bene con il personale qui. Non trovo altro termine, perché non è un adattarsi. Avrei potuto perdere una scommessa se qualcuno mi avesse sfidato. Ha compreso quali sono i loro limiti. Dal personale non pretende cose che loro non sono in grado di dare. Cerca di fare quello che può con i mezzi (economici ed umani) che ha. Di fronte ad un’emergenza non va in escandescenza (come io farei) se non scattano tutti come soldatini; sa che con i loro tempi le cose verranno fatte (quasi sempre). Non si è buttata a cambiare le cose come un elefante in cristalleria ma cerca di migliorarle con piccoli passi ogni giorno.
Marco. Marco qui solo da un anno e mezzo sembra un missionario in Uganda da anni. Li conosce. Si è impastato con loro in un’amalgama unica. E’ entrato nel profondo della loro vita e dunque non si scompone per nessuno strano episodio (e qui ne capitano tanti). Lo cercano diecimila persone al giorno e lui non si spazientisce mai. Non è neanche un illuso. Sa che può “essere usato” in ogni momento, ma questo non gli impedisce di farsi coinvolgere in centomila progetti diversi.
Voglio ringraziare la famiglia intera per l’ospitalità. Si sono privati della loro privacy per 40 lunghi giorni per ospitarmi. Qua non è come da noi; siamo nella stagione secca, c’è caldo: porte e finestre delle stanze sono necessariamente sempre aperte. Ho vissuto dunque in simbiosi con loro e questo non mi è mai stato fatto pesare. Grazie di cuore!
Siete a metà della vostra esperienza, può esserci stanchezza, può iniziare lo scoramento…….tenete duro, state facendo un buon lavoro.
Atim